
La storia del Casello 68 di Levanto parla di un mondo che non esiste più.
E’ una storia fatta di treni a vapore, di rotaie che iniziavano a collegare città e persone, di donne e uomini che vivevano di agricoltura.
Nel 1875, quando la nuova linea ferroviaria Sestri Levante – La Spezia era in costruzione, l’edificio che avrebbe preso il nome di Casello 68 era già in piedi da dieci anni.
A una distanza tra loro di circa un chilometro e mezzo, i caselli nascevano come abitazioni per i casellanti, responsabili dei materiali di costruzione prima, e della vera e propria linea ferroviaria poi.
Ad ogni casello veniva assegnato un numero, dall’uno di Genova Brignole fino al sessantotto di Levanto, per continuare con il sessantanove di Monterosso e così via. I numeri dovevano essere ben visibili sulla facciata degli edifici, in modo da far capire ai macchinisti la distanza ancora da percorrere.
Quella prima linea ferroviaria costeggiava il mare e conviveva con i capricci e le bizze della natura, per questo tra i compiti del casellante vi era quello di monitorare la condizione delle rotaie, e l’eventuale presenza di rami o sassi caduti per la forza del vento o per le frequenti mareggiate. Quando il mare mostrava i muscoli, i treni attendevano che la sua furia si placasse.
Il casello fungeva anche da passaggio a livello pedonale per tutte le persone che, da dietro le mura, tornavano dal lavoro nei campi passando per l’antica Porta dell’Acqua, uno degli accessi al centro cittadino.
La storia del Casello 68 subisce una battuta d’arresto quando, verso la fine degli anni ’60 del nuovo secolo, si decide di costruire una nuova linea ferroviaria, con rotaie più grandi e spostata verso l’interno.
Da lì un periodo di buio disseminato da leggende dai tratti, a volte, oscuri. Come quella sull’ultima abitante del casello, di cui si narra vivesse da eremita dopo la morte della figlia. I vecchi giurano che la bambina fosse morte di appendicite, in seguito a una banana offertale dalla madre.
Dopo vent’anni di oblio la famiglia Viscardi arriva da Genova, e con l’immaginazione di guardare al di là dei rovi che cingono la casa, intravedono il luogo dove crescere il figlio Mirko di sette anni.
E’ il 1981.
Il resto è storia recente ma che, come pezzi di binari accostati uno all’altro, getta le basi per i racconti di domani. Fatti di voci straniere, risate di giovani coppie, giorni di estate, profumo di vacanze.
E l’eco lontano di un treno che fischia, da qualche parte ancora.